Eccolo, è quasi pronto, il manoscritto si sta trasformando in libro.

E’ questo il momento più bello, quello in cui so che la mia storia presto arriverà a voi e potrete condividere con me le emozioni, la passione, la curiosità di iniziare una nuova avventura. E questa volta le emozioni non mancheranno davvero.

Dario Barresi sta arrivando. Vi dirò, almeno per ora, solo poche cose di lui, solo l’essenziale, tanto per stuzzicare la vostra curiosità.

Dario Barresi è un commissario moderno, dinamico e seduttivo, che improvvisamente, a causa di un coma, si trova a confrontarsi con una realtà sconvolgente, la capacità di percepire messaggi dall’aldilà, messaggi che gli servono a risolvere dei cold cases. Da un iniziale drastico rifiuto di questa nuova dimensione, Dario riesce pian piano ad adattarvisi, anche con l’aiuto di un prete, di una giornalista e di un neuropsichiatra veggente, e si dedica a cercare i colpevoli di delitti insoluti, oltre che a indagare sulla sua infanzia e sugli oscuri segreti che pesano sulla sua famiglia.

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I primi passi da biografa

La mia prima esperienza di scrittrice fu una biografia, anzi 7. Durante il periodo di collaborazione con la pagina della Cultura del Secolo XIX (quella che una volta gli addetti ai lavori chiamavano Terza Pagina), mi trovai coinvolta nelle celebrazioni degli eventi Risorgimentali, e mi chiesero di scrivere sette biografie in pillole di sette donne coinvolte a vario titolo nelle avventure mazziniane, a cominciare dalla madre di Mazzini. Non è facile riassumere la vita di una persona in sette/otto cartelle, ma è un ottimo esercizio, perchè consente di allenare la capacità di sintesi, di analisi, di comprensione di quelli che sono i motivi di maggiore interesse di quella vita. Anzi, direi che se uno riesce a scrivere una biografia in sette cartelle è già a buon punto perchè è molto più semplice ampliare un discorso che sintetizzarlo.
Tutti i miei lavori, poi confluirono in un volume di Autori Vari, Finestra sul Risorgimento, penso sia ancora reperibile online. E’ possibile che su qualche sito sia indicato come libro di Andrea Casazza, ma è un’indicazione errata perchè raccoglie contributi di molti colleghi e storici, compresa me.

Il nemico invisibile

Domani è il 25 aprile, un giorno che racchiude in sé tanti significati diversi, soprattutto in questo anno 2020 in cui anche noi, la nostra guerra, la stiamo vincendo. Se l’idea vi piace, mettete un commento a questo post, di non più di dieci righe, in cui dite come avete percepito questa guerra contro un nemico invisibile e quali sensazioni vi ha dato.

Il “mestiere dello scrittore”

Da quando ho iniziato a scrivere, a scrivere seriamente, voglio dire, per il pubblico insomma, ho ricevuto molti inviti a raccontare come si scrive un libro, come si fa a trasferire sulla carta i propri pensieri in modo coerente ed emozionante, e mi sono sempre rifiutata di farlo. Se colta di sorpresa durante un’intervista o uno scambio tra amici, cercavo di riordinare i pensieri e dare una risposta soddisfacente almeno per l’auditorio, ma sicuramente non per me. Perché quello che John Gardner chiama Il mestiere dello scrittore, in realtà non esiste. O almeno secondo me lo scrivere non si può riassumere nel termine mestiere. Nemmeno in quello di arte, ma direi meglio in quello di propensione, passione, meglio ancora ossessione. In ognuno di noi esiste un grande serbatoio, come una enorme botte di legno pregiato e aromatico, dove sono ammucchiati pensieri, sentimenti, paure, desideri, e tutto costituisce un minestrone ispiratore dei nostri gesti (questi riferimenti gastronomici mi fanno pensare che la quarantena mi sta facendo male).
Ma questo contenitore, che dovrebbe poter essere aperto a piacere per comunicare tutto quello che abbiamo dentro, spesso è chiuso a chiave, a doppia mandata, con un lucchetto resistentissimo e spesso con l’aggiunta di una catena. Tutti questi arnesi di difesa sono frutto di esperienze, educazione, orgoglio, timore di non essere all’altezza. E ciascuno di noi ha i suoi arnesi di difesa, non sono uguali per tutti. Per aprire questi lucchetti e queste catene non c’è una formula unica, non c’è un sistema valido per tutti. Ecco perché non mi sono mai messa a spiegare come scrivere un racconto.
Però, ora che dirigo una collana editoriale, ora che ho aperto, insieme al mio comitato scientifico, le porte alle idee e ai sentimenti altrui, ospitando libri che raccontano donne sconosciute, non posso non pensare che tutti coloro che hanno una donna da raccontare, magari non sanno da dove cominciare. La mia ritrosia si sta ammorbidendo e sta maturando in una diversa consapevolezza, quella che bisogna aiutare queste persone a scassinare i lucchetti. Pertanto, in modo ancora un po’ confuso, sto organizzando una forma di “assistenza alla preparazione di un racconto”. Non insegno nulla, non spiego nulla, ascolto e contribuisco con qualche consiglio a elaborare, come fanno gli analisti. Lo farò in una pagina Appunti di Viaggio, che è nata per altri scopi, per raccontare me. Ma sono un po’ stufa di raccontare me. Preferisco raccontare gli altri, sono molto più interessanti. Quindi chi di voi ha bisogno di assistenza può seguire la pagina di Appunti di viaggio. Che sia chiaro, non farò lezioni, non darò compiti, darò solo consigli e qualche suggestione in ordine sparso. Spero possa servire.

Qualcosa di me…di nuovo.

Se ripenso ai miei esordi come scrittrice mi vengono in mente dei quaderni colorati, con copertine raffiguranti scene tratte dai fumetti più famosi, come si usavano quando noi andavamo a scuola.

Credo che la mia adolescenza si possa dividere, dal punto di vista della creatività letteraria, in due fasi: nella prima ho assorbito tutto quello che mi capitava sotto mano: sceneggiati, telefilm, romanzi, teleromanzi, racconti, macinavo circa un libro ogni due giorni, foraggiata abbondantemente dai miei genitori e da mia nonna. E non mi interessavano i cartoni animati, le fiabe, le storielle per ragazzine, ma roba tipo Belfagor, Il vendicatore di Corbilleres, Arsenio Lupin, il tenente Sheridan, i teleromanzi tratti dai libri di Durbridge, Il Segno del comando, Ritratto di donna velata, i grandi film che allora davano alla televisione, come tutti quelli francesi curati da Claudio Fava, insomma, me li sono bevuti tutti.

Poi, verso i vent’anni, ho cominciato a produrre, perchè ormai non ero più nell’età di interpretare, come quando giocavo a “facciamo che io ero…” con le mie amiche (quelle che si prestavano, poverette…altre preferivano le Barbie e i giochi da tavolo).

E così presero forma le prime “creazioni”. Il primo in assoluto fu un romanzetto che occupò ben tre quaderni, sulla storia di una ragazza che va a fare la governante in una villa dove ci sono due fratelli, che se ne contendono l’amore… roba trita e ritrita, è vero, ma era la palestra.

Quello che mi affascinava di più erano i dialoghi, che cercavo di curare tantissimo. Dicono che uno degli indizi che rivelano le potenzialità di uno scrittore è l’orecchio sensibile al linguaggio. E io me li vedevo davanti i personaggi, che parlavano, si muovevano, provavano sentimenti precisi e non si poteva mettere un “mi piaci tanto”, ma un “ti amo”, mai un “vado!”, ma un “non posso restare”… tanto per fare un esempio.

Dopo il romanzetto venne il piccolo giallo, meglio poliziesco. Un amore tra una archeologa e un poliziotto (ho sempre avuto un debole per i poliziotti..). Questo l’ho conservato, magari se a qualcuno interessa potrei postarlo a puntate. Per essere prodotto da una diciottenne non è male.

Per ora mi fermo qui, ma vi racconterò altre cose…